Felicità edonistica o filantropica? Cosa è bene per il nostro corpo?

Foto: Roberto Callina - 2009

In uno studio pubblicato il 29 luglio scorso, i ricercatori della University of North Carolina at Chapel Hill, diretti da Steven W. Cole, hanno evidenziato come non tutte le forme di felicità abbiano i medesimi effetti sul nostro benessere fisico.

E’ ormai noto come lo stress cronico sia causa di sofferenze psicologiche e fisiche; in un precedente studio, Cole e collaboratori avevano evidenziato come tale condizione prolungata, potesse avere un incremento dell’espressione genica responsabile di alcune patologie, incluse le artriti e le malattie cardiache, e un decremento dell’espressione dei geni coinvolti nelle risposte immunitarie.

Quindi, basta essere felici in ogni modo per stare bene anche fisicamente?

Niente di più sbagliato!

Il nuovo studio, condotto da Barbara L. Fredrickson, aveva come obiettivo la ricerca delle influenze biologiche della “felicità edonistica” e di quella che potremmo definire “filantropica” sul genoma umano; in particolare era interessato all’espressione genica delle cellule del sistema immunitario.
Ciò che è stato scoperto, con questo studio, è che il benessere psicologico non ha sempre effetti positivi sulla nostra risposta immunitaria; il nostro corpo sembra rispondere meglio al benessere basato sulla condivisione e la socialità.

In particolare, mentre la felicità che origina da attività socialmente utili, con scopi “filantropici” o comunque "al servizio dell’altro", è associata a una significativa riduzione dello stress, un piacere edonistico, privato, personale, ha gli stessi effetti negativi dello stress sulle cellule del nostro organismo.
I piaceri semplici, quelli edonistici, quotidiani, forniscono una felicità a breve termine che, per usare una metafora alimentare, consuma l’equivalente emotivo di zero calorie e, a lungo termine, produce effetti negativi per il nostro corpo.

Che mente e corpo siano due facce della stessa medaglia è ormai opinione condivisa nella comunità scientifica.

In una prospettiva adleriana, però, sembrano qui confermate le originali intuizioni di Alfred Adler che, all’inizio del secolo scorso, intravedeva nel suo concetto di Sentimento Sociale il barometro della normalità e del benessere.

Il Sentimento Sociale adleriano rappresenta un’istanza posta al servizio di due obiettivi fondamentali: l’interesse comunitario e la compartecipazione emotiva.
L’interesse comunitario si esprime nell’intima necessità di cooperare con la collettività in cui l’individuo vive; la compartecipazione emotiva rappresenta un processo dinamico mediante cui l’individuo condivide emozioni con i propri simili.

La felicità frutto di uno spirito comunitario con scopi condivisi, e non legati ad una logica privata, rappresenta una meta che, oltre a farci vivere un reale, e non fittizio, benessere psichico, aiuta il nostro corpo a conservare sano il suo sistema immunitario.

Dr. Roberto Callina
Psicologo Psicoterapeuta - Milano

08/09/2013

(pubblicato anche su http://www.medicitalia.it/robertocallina/news/3771/Felicita-edonistica-o-filantropica-Cosa-e-bene-per-il-nostro-corpo)

Le dipendenze sessuali





*** foto Jesus Leon (http://www.flickr.com/photos/jesusleon/)
Le dipendenze sessuali non rientrano ancora tra i disturbi della versione attuale del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM IV TR); tuttavia, nella pratica clinica, ormai da tempo, ci si confronta con le nuove dipendenze, cosiddette “senza sostanza”.
Si tratta di sindromi in cui non è la sostanza (droga, alcol, farmaco…) che crea una dipendenza, bensì un comportamento che diviene ripetitivo e compulsivo senza che il soggetto, nonostante abbia provato a ridurre o interrompere la pratica, ci riesca.

Insieme al gioco d’azzardo patologico, allo shopping compulsivo, alla dipendenza da internet, rientra tra le nuove dipendenze anche l’ipersessualità, ove con questo termine intendo comprendere tutte le sfumature del fenomeno (pornodipendenza, sessodipendenza, masturbazione compulsiva, etc.).
Ne parlo al plurale, e accomuno tra loro tutte le forme di dipendenza senza sostanza associate alla sessualità, semplicemente perché i dati a mia disposizione, che provengono dalla pratica clinica, indicano una frequente comorbilità tra le varie forme di dipendenze legate alla sessualità e, talvolta, una forma si converte temporaneamente o permanentemente in un'altra.
Succede spesso, ad esempio, che una pornodipendenza si trasformi in una masturbazione compulsiva, laddove il paziente abbandoni l’utilizzo di materiale pornografico e si affidi alla sola fantasia per raggiungere l’eccitazione e l’orgasmo, vissuto come atto liberatorio; si tratta, in realtà, di una liberazione fittizia, dato che l’esperienza emotiva del paziente si colora, comunque, di tutti quegli stati d’animo negativi che descriverò nel seguito.

Stime ufficiali indicano che in Italia vi sia un’incidenza del fenomeno sex addiction intorno al 6% negli uomini e al 3% nelle donne. Stime che, a mio parere, potrebbero essere sottodimensionate se si pensa che, talvolta, il disturbo è egosintonico (in sintonia con il proprio Sé) e quindi non arriva all’attenzione dei clinici.

In una prospettiva neurofisiologica le dipendenze sessuali attivano, a tutti gli effetti, meccanismi identici a quelli che si riscontrano in una dipendenza da droga, da alcol o da altre sostanze.

L’obiettivo di questo contributo non è quello di esaminare quali siano i sintomi e le caratteristiche del disturbo, così come potranno essere, con molta probabilità, inseriti nella prossima quinta edizione del DSM; bensì è quello di provare a guardare con gli occhi del paziente, ascoltare con le sue orecchie, vibrare con il suo cuore… così come ci insegna il padre della Psicologia Individuale, Alfred Adler.
E’ per questa ragione che quanto segue, non avendo la pretesa di porsi come un trattato scientifico, si ispira alla mia personale esperienza clinica diretta, alle testimonianze delle persone che si rivolgono a un terapeuta per liberarsi da questo disturbo; un disturbo che coinvolge aspetti emotivi, affettivi, relazionali con il rischio di gravi conseguenze sul piano dei rapporti di coppia e familiari, arrivando fino a compromettere, nei casi più gravi, le attività economiche e lavorative.

Il piacere che inizialmente viene ricercato lascia progressivamente il posto all’angoscia che, nel tentativo di essere tenuta a bada, si traduce nella ricerca compulsiva di nuova attività sessuale. Il disagio psicologico che accompagna questo percorso è forte e intenso.

E’ un pregresso vissuto angoscioso che innesca il consumo smodato di sesso? E’ l’eccessivo consumo di sesso che genera l’angoscia? Non credo sia importante rispondere a queste domande. Ciò che è importante è che il circolo vizioso che si instaura non si può spezzare senza l’aiuto di un’adeguata terapia psicologica.

Per questi pazienti, il sesso è una vera e propria ossessione; gran parte della loro vita quotidiana gira intorno alla ricerca di una soddisfazione sessuale; il sesso diventa ciò che controlla ogni momento della loro giornata e li fa divenire impotenti e incapaci di smettere.

Il dipendente sessuale può mettere in atto comportamenti differenti; si passa dalla masturbazione compulsiva ai rapporti con persone sconosciute; dall’utilizzo smodato di materiale pornografico all’utilizzo di servizi telefonici erotici a pagamento; dall’esibizionismo al sadomasochismo; dall’utilizzo di internet come primaria fonte di soddisfazione alle fantasie di tipo ossessivo a sfondo sessuale…

Ogni sessodipendente è, primariamente, una persona unica ed irripetibile, come ognuno di noi, e come tale maturerà le proprie preferenze in base al suo personale Stile di Vita (inteso in senso adleriano e sintetizzabile in “personalità”).
Ciò che accomuna però tutti i sessodipendenti è che il sesso non viene vissuto in modo naturale, come forma comunicativa e relazionale, come scambio intimo di piacere; il sesso diventa solo un’ossessione ed una maniera di combattere il malessere provato.

L’alienazione diventa la meta inconsapevole del sessodipendente, una meta non desiderata e non cercata in modo consapevole.

Il dramma del vissuto alienante si intreccia, quasi sempre, con l’incapacità di riuscire ad avere un rapporto con il partner in termini fisici, affettivi e psicologici.
Il senso di colpa è sempre presente, il paziente si sente un traditore e questo suo vissuto lo porta a provare un senso di fastidio nei confronti del corpo del partner; è terrorizzato dall’idea di venire scoperto ma, allo stesso tempo, in modo conflittuale, cela la speranza di “essere beccato”. Solo in questo modo potrebbe, infatti, alleggerire la sua coscienza dal peso dell’angoscia che si porta dentro.

Da ciò deriva un profondo senso di vergogna, non solo nei confronti del partner, ma dell’intero mondo esterno. Non sono rare le testimonianze di pazienti che riferiscono di non riuscire a guardare negli occhi le altre persone.
Solo dopo un periodo di lunga astinenza la persona riesce nuovamente a rivolgere lo sguardo verso gli altri in modo più naturale; e solo in quei casi diventa consapevole di come, in precedenza, avesse totalmente perso quella capacità.

Il progressivo isolamento dal mondo esterno è una conseguenza inevitabile, così come lo è il cominciare a guardare le persone dell’altro sesso (o del proprio, per gli omosessuali) solo come oggetti sessuali.  
Alienazione è anche crollo della propria autostima, progressiva sfiducia in se stessi, difficoltà (se non addirittura impossibilità) ad applicarsi nei normali compiti quotidiani (lavoro, studio, impegni familiari…).

A questi aspetti di natura psicologica, vanno aggiunti i danni di natura economica che, spesso, si realizzano come conseguenza dell’uso compulsivo di servizi a pagamento (virtuali e/o reali).

La sensazione che più volte mi viene descritta è quella di vedere la propria vita frantumata, come sbriciolata, che sottende l’incapacità di conciliare la “vita pubblica” con quella “privata”.
Il grande segreto del sessodipendente diviene così la sua prigione; a nessuno è permesso di entrare nel suo mondo segreto, disvelarsi sarebbe come mettersi a nudo in una piazza affollata.

Il contatto con un professionista è il primo atto liberatorio per un sessodipendente che, grazie alla psicoterapia, può sperimentare una nuova modalità relazionale, guidata dal terapeuta, affinché possa progressivamente uscire dal suo isolamento emozionale.

Mentre nelle dipendenze da sostanza l’obiettivo della cura è la definitiva astinenza, l’obiettivo che una terapia per le dipendenze sessuali dovrebbe porsi è un’astinenza temporanea, per un periodo che va dai 30 ai 90 giorni, seguita da un percorso che consenta all’individuo di vivere la sessualità in una maniera nuova.
Oltre a sperimentare la capacità di poter vivere senza sesso, il periodo di astinenza serve a normalizzare, a livello neurofisiologico, le alterazioni cerebrali prodotte dalla dopamina che, come nelle altre forme di dipendenza, viene prodotta in quantità eccessiva nel soggetto così da innalzare la sua percezione del senso di piacere.

Il focus terapeutico, in una prospettiva adleriana, prevede un’analisi delle motivazioni che sottendono il comportamento deviante; motivazioni che sono assolutamente individuali.

La successiva presa di coscienza, da parte del sessodipendente, mediante una spiegazione non traumatica dei propri comportamenti e dei suoi meccanismi di compenso, è solo uno step intermedio nella terapia.
La consapevolezza delle proprie motivazioni inconsce, da sola, non è infatti sufficiente a modificare le abitudini comportamentali.

Il cambiamento correttivo può avvenire solo quando il soggetto, con il supporto del terapeuta, riesce a mettere in crisi il sistema delle proprie finzioni rafforzate cogliendo l’inutilità del proprio comportamento.  E’ questa la fase in cui si opera una revisione delle scorciatoie cognitive disfunzionali, frutto di un tentativo inconsapevole di allontanarsi dalle regole implicite del vivere e del farsi accettare dalla collettività.

La terapia si pone, quindi, come obiettivo ultimo lo smascheramento delle finzioni che sostengono l’individuo nella perpetuazione dei suoi comportamenti, con conseguente graduale abbandono delle vecchie modalità comportamentali, cognitive, emotive e relazionali.

Dr. Roberto Callina
Psicologo Psicoterapeuta - Milano

07/09/2013

(articolo a cura del dr. Roberto Callina pubblicato anche su www.medicitalia.it)

Crisi economica si traduce anche in malessere psicofisico. Quali strategie?




Il governo tecnico era atteso, da molti, come il nuovo messia ma anche il suo avvento sembra non aver scongiurato la crisi economica di cui si parla ormai da troppo tempo.
Gli effetti più immediati della crisi, sul piano puramente pratico, sono quelli che tutti conosciamo: pensioni sempre più basse e sempre più “lontane”, grandi incertezze per il futuro, soprattutto per i giovani e gli anziani, difficoltà nel trovare un posto di lavoro…

Quello che passa più inosservato è l’effetto che questo periodo storico può avere sul nostro benessere psicofisico. Le cronache degli ultimi tempi, in realtà, un po’ ci mettono in guardia: gli imprenditori e i lavoratori che dall’inizio dell’anno hanno scelto la strada senza ritorno del suicidio sono 22; tutte persone che si sono tolte drammaticamente la vita per problemi causati dalla crisi economica, per la paura di non riuscire a superare un momento storico ritenuto, evidentemente, insostenibile.

Cosa accade nella mente di queste persone? Possiamo solo provare a fare delle ipotesi in linea generale perché, come non mi stanco mai di ripetere, reputo ogni individuo unico e irripetibile ed ogni storia di vita va, quindi, analizzata nella sua unicità. Una generalizzazione di massa sarebbe populista e cavalcherebbe l’onda delle grandi e piccole testate giornalistiche che sguazzano nel guano del malessere umano pur di fare notizia.

In linea di principio possiamo, però, rifarci ai dati statistici che ci mostrano come nelle crisi passate il tasso di suicidi, malattie mentali, dipendenze da alcol e droga salissero rispetto ad altri normali periodi della storia (fonte: Scuola di Sanità Pubblica di Harvard).
Se tutto ciò è vero sembra proprio che ci debba essere una relazione tra il periodo di crisi e il malessere psicofisico avvertito dal singolo.

Del resto non è difficile comprendere come la crisi possa minare la fiducia dell’individuo e, nei casi limite, impedirgli di gettare verso il futuro uno sguardo ottimistico. Spesso la crisi non consente di vedersi proiettati nel futuro, toglie ogni speranza; e senza questa proiezione la vita perde di significato e la depressione è a un passo. Depressione (e in questo caso parliamo, tecnicamente, di depressione reattiva) significa impossibilità di guardare avanti, immobilità e sguardo rivolto sempre all’indietro.

Cosa fare dunque?
Oltre a sperare che siano le istituzioni a prendere provvedimenti al riguardo offrendo sostegno psicologico ai più bisognosi, forse alcuni accorgimenti personali possono aiutarci a sopravvivere nel migliore dei modi a questo disastroso momento storico.

Per cominciare iniziamo a guardarci attorno (un po’ di sentimento sociale non guasta mai!): cerchiamo di cogliere i segnali d’allarme che potrebbero giungere dalle persone che ci circondano. Quali sono questi segnali? Non sempre sono chiari e inequivocabili ma il campanello d’allarme potrebbe essere rappresentato da cambiamenti repentini di umore (per es., paradossalmente, una persona che solitamente ha un tono d’umore basso improvvisamente appare serena o, addirittura, “sopra le righe”).
Altri segnali sembrano più scontati, ma è bene ricordarli. Possiamo trovarci a parlare con persone che ci sono vicine ed accorgerci che parlano sempre di quanto non valga la pena di vivere questa vita. Possono esserci avvisaglie in prolungate insonnie, agitazioni, trascuratezza del proprio fisico, alimentazione disordinata… Insomma, ogni elemento che ci segnala dei cambiamenti comportamentali e/o emozionali nelle persone che ci circondano non va sottovalutato, seppur senza un allarmismo generalizzato.

Per quanto riguarda il nostro personale benessere psicofisico, mettiamoci nell’ottica di dover superare questa crisi, magari evitando le spese superflue.
Per persone del nostro tempo, quello del consumismo per eccellenza, potrebbe essere difficile cambiare ottica d’osservazione; tuttavia, a ben pensarci, siamo circondati da beni che non ci servono a nulla, beni il cui bisogno è stato indotto da questa stessa società consumistica che adesso ci sta voltando le spalle.

Un’analisi sociologica "interiorizzata" ci farebbe, invece, comprendere quanto tali beni siano superflui e tali bisogni indotti; beni-bisogno che ci hanno, di fatto, allontanato dai valori veri, dalle relazioni autentiche, dagli altri, dalla nostra vera essenza, da noi stessi…

Se rovesciamo l’ottica di osservazione, nel senso sopra descritto, forse la crisi può portarci a riflettere e a recuperare i valori a cui non abbiamo più dato importanza, travolti ed inglobati in modo passivo dal meccanismo del consumismo senza tregua. 

Lasciamo, quindi, che la crisi ci insegni qualcosa, che possa portare qualcosa di buono nella nostra vita; cerchiamo di non vedere solo quello che ci sta togliendo.
Approfittiamo della crisi per modificare il nostro modo di socializzare: dimostriamo alle persone che amiamo, soprattutto ai nostri figli, che l’affetto non è “il regalo”, “la mancia”, “il vestito firmato”; l’affetto è la qualità della relazione, il tempo che riusciamo a dedicarci l’un l’altro, i giochi che facciamo con i nostri figli, i momenti di comunicazione con il nostro partner...

Cerchiamo allora di fare in modo che questa crisi abbia un suo senso: il recupero di quella socialità ormai perduta; quella modalità sociale di essere “con” e “per” l’altro; ciò che il padre della Psicologia Individuale, Alfred Adler, chiamava “sentimento sociale”, ossia quel “sentirsi” parte del mondo “sub specie aternitatis” (sotto l’aspetto dell’eternità).

Dr. Roberto Callina
Psicologo Psicoterapeuta - Milano

17 aprile 2012

L'amore: una droga per il cervello.



L’ultima frontiera della neuropsichiatria, per la precisione di una nuova disciplina chiamata neurobiologia interpersonale, è rappresentata dalla scoperta che l’amore annullerebbe tristezza, ansia, paura e attiverebbe gli stessi neuroni che si attivano nei consumatori di cocaina.
Insomma, una vera e propria droga per il nostro cervello: una droga che crea dipendenza, una droga come medicina, il cuore che parla al cervello.




Una droga come medicina:

Diane Ackerman, una studiosa, ha sperimentato gli effetti positivi dell’amore nella cura del suo compagno; decisa a guarirlo dopo l’ictus che gli aveva bloccato l’emisfero destro, quello che sovrintende il linguaggio, ha cominciato a "sperimentare nuovi modi di comunicare: attraverso gesti, emozioni facciali, giochi, empatia: e una tonnellata di affetto".  Il cervello del marito ha risposto positivamente alle cure, si è rimesso in moto rispondendo alle sollecitazioni e ha dato così ulteriore conferma agli esperimenti già condotti dalla studiosa e raccolti sul New York Times.
La risposta al “miracoloso cambiamento” sta nel fatto che il cervello non smette mai di modificarsi.
Secondo la neurobiologia interpersonale di Dan Siegel dell’Università di Pasadena, infatti, l'alchimia neurale continuerebbe per tutta la vita soprattutto nel corso delle nostre relazioni interpersonali, mentre forgiamo amicizie e scegliamo i nostri amori.
E’ come se il corpo continuasse a ricercare quell’unicità sentita dal bambino con la propria madre, quella sincronia tra menti che oggi è possibile rilevare con la scansione elettronica del cervello; si tratterebbe della stessa sincronia che si registra tra gli innamorati.

Una droga che crea dipendenza:

Una ricerca dell’Università della California ha dimostrato che anche i moscerini disperati “si attaccano alla bottiglia”; si, avete capito bene, proprio alla bottiglia. Infatti, quelli che non fanno l’amore vanno a caccia della frutta più alcolica perché in essa troverebbero un enzima in grado di dargli un appagamento fisico assimilabile a quello dell’atto sessuale; si tratta, infatti, di un enzima che l’atto sessuale produce in abbondanza. Ma l’appagamento è anche amore, non solo sesso.

La prova del nove:

Un’altra ricerca dell’Università della California ha dimostrato che le aree cerebrali che si “accendono” con il dolore fisico sono le stesse che si registrano quando l’amata/o ci ha lasciati.
James Coan, dell’Università della Virginia, si è spinto oltre: ha sottoposto a piccoli elettroshock le caviglie di un gruppo di donne. Quando alle signore veniva accordato il permesso di tenere per mano il loro amato i neuroni del dolore si accendevano con minor intensità. 

Dr. Roberto Callina
Psicologo Psicoterapeuta - Milano

10/04/2012

Lutto per la scomparsa di Pier Luigi Pagani

Si sono svolti questa mattina a Milano i funerali del dr. Pier Luigi Pagani, medico, psicoterapeuta e grande comunicatore. 

Era stato, con Francesco Parenti, promotore della diffusione in Italia della Psicologia Individuale Comparata di Alfred Adler.

Era presidente onorario della S.I.P.I., Direttore della Scuola Adleriana di psicoterapia dell'Istituto Alfred Adler di Milano e Direttore responsabile della Rivista di Psicologia Individuale.
Un doveroso ultimo saluto. Grazie di tutto prof. 

Dr. Roberto Callina
Psicologo Psicoterapeuta - Milano

06/04/2012

Prevenire informando

Le professioni di psicologo e psicoterapeuta rientrano tra quelle che lo Stato Italiano definisce "professioni sanitarie", ossia di esclusivo appannaggio di professionisti abilitati che svolgono attività di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione.
E' importante che ognuno di noi possieda gli strumenti e le informazioni per poter verificare che il professionista a cui si sta rivolgendo sia effettivamente abilitato a svolgere l'intervento proposto.

L'Ordine degli Psicologi della Lombardia distribuirà un fumetto informativo nelle farmacie lombarde aderenti a Federfarma per prevenire fenomeni di abusivismo professionale a tutela del cittadino.

Qui, in anteprima, il fumetto: vedi

Dr. Roberto Callina
Psicologo Psicoterapeuta - Milano

30/03/2012

Hikikomori, oltre i confini nipponici (adolescenti in volontaria reclusione)



foto:
Jan H. Andersen http://www.jhandersen.com


Questo breve articolo ha la scopo di sensibilizzare i genitori di figli preadolescenti e adolescenti sull’esistenza di un fenomeno in continua crescita che, avendo ormai superato i confini nipponici, si sta sempre più diffondendo, seppur con alcune sostanziali differenze, nel mondo occidentale.
L’intenzione è quella di divulgare l’informazione su tale fenomeno, senza per questo voler fare terrorismo psicologico, e di dare qualche consiglio pratico su come prevenirlo, riconoscerlo ed, eventualmente, affrontarlo.
Volutamente ne sarà dato, per quanto possibile, un taglio semplice, agile, poco scientifico e di facile lettura per consentire agli adulti cui è rivolto di approfondire la loro competenza relazionale ed educativa.




Cos’è l’hikikomori e quali sono le sue varianti occidentali?

Hikikomori è un termine coniato all’inizio degli anni ‘80  da uno psichiatra giapponese, Saito Tamaki, per connotare uno specifico comportamento osservato in un numero sempre maggiore di giovani, i quali si ritiravano nella propria stanza senza più uscirne per lunghi periodi di tempo.
Il decorso tipico osservato prevedeva una forma di apatia scolastica iniziale seguita da una progressiva interruzione di ogni forma di comunicazione con il mondo sociale che sfociava in una vera e propria auto reclusione di durata superiore ai 6 mesi che, nei peggiori dei casi, si protraeva anche per diversi anni.
Hikikomori significa isolarsi, chiudersi, ritirarsi; la sua traduzione inglese, coniata dallo stesso Saito Tamaki, è “social withdrawal” ossia “ritiro sociale”.
Il profilo tipico dell’hikikomorian (colui che pratica hikikomori) è rappresentato da un giovane tra i 12 e i 18 anni, di sesso maschile, figlio unico, o primogenito maschio, di estrazione sociale medio-alta.
Il ritiro nella sua stanza è totale e implica un altrettanto totale rifiuto nei confronti della collettività; si concretizza, tra le mura domestiche, un tentativo di annientamento della propria persona; il giovane evita ogni forma di comunicazione, non si relaziona con nessuno, abbandona gli amici, non usa né internet né il cellulare.
Il numero degli hikikomorians rilevato da fonti ufficiali in Giappone nel 2008 ha superato il milione di unità che corrisponde a circa il 2% dei giovani; non esistono invece dati ufficiali per quanto riguarda il nostro paese anche perché, di fatto, negli attuali manuali diagnostici non troviamo ancora un disturbo che risponda alle caratteristiche peculiari di tale comportamento.
Tuttavia, mi capita sempre più spesso di confrontarmi con colleghi (psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, …) su casi che per molti aspetti rispondono ad alcune caratteristiche tipiche dell’hikikomori: ritiro sociale da almeno sei mesi, fobia scolare precedente, incapacità di comunicare se non utilizzando mezzi informatici, inversione del ritmo circadiano (dormire di giorno e stare svegli di notte), comportamenti bizzarri, mancanza di amici, …
La “variante occidentale” dell’hikikomori nipponico prevede un ritiro meno marcato di quello giapponese; talvolta alcuni contatti con il mondo esterno vengono mantenuti e, spesso, internet rappresenta una sorta di compensazione per sopperire a quell’incombente senso di vuoto che caratterizza l’auto recluso del sol levante. La rete è perfettamente funzionale rispetto alla segregazione dell’hikikomorian occidentale: consente di mantenere vivo un surrogato di comunicazione, di conservare una parvenza di “parola” laddove la sua esclusione completa rischierebbe di far scivolare il giovane nel dominio della follia e di tradursi anche in comportamenti autodistruttivi.
Questo non deve però consolarci;  rappresenta sì l’unica forma di parola possibile al momento ma non può prendere il posto di un discorso strutturato tipico di una sana ed autentica integrazione nel mondo e con il mondo.

L’hikikomorian non chiede aiuto, è sintonico con il suo progetto di segregazione volontaria, non si aspetta aiuto da nessuno e non sente alcun bisogno di aiuto. E’ per questo che è importante far circolare il messaggio, sensibilizzare i genitori affinché possano accorgersi delle prime avvisaglie e rivolgersi a uno specialista psicoterapeuta.

Le dinamiche evolutive dell’hikikomori

Purtroppo a noi psicologi spetta sempre l’ingrato compito di puntare il dito verso i genitori per tentare di individuare, nelle loro modalità educative e relazionali, eventuali cause che possano spiegare comportamenti devianti; personalmente mi rendo perfettamente conto di quanto sia, da sempre, complesso il ruolo genitoriale e di quanto questa complessità si intensifichi con il passare del tempo a causa dei repentini cambiamenti sociali che la nostra epoca, priva sempre più spesso di una adeguata scansione temporale, ci impone. Non è quindi mia intenzione fare alcun processo ai ruoli e alle funzioni genitoriali anche perché, come ho più volte scritto da altre parti, la mia visione della crescita psicologica individuale non è deterministica bensì, in linea con la teoria adleriana, finalistica. Per riassumere questa mia visione mi piace sempre citare un’emblematica frase di Alfred Adler, padre fondatore della Psicologia Individuale: “Non sono né l’eredità né l’ambiente che determinano la sua (dell’individuo) relazione con il mondo esterno. L’eredità gli assegna solo alcune doti. L’ambiente gli fornisce solo alcune impressioni. Queste doti e impressioni e la maniera in cui egli ne fa ‘esperienza’ -cioè l’interpretazione che egli dà di queste esperienze- sono i mattoni che egli usa, nelle sue specifiche modalità ‘creative’, per costruire le proprie attitudini verso la vita. È il suo modo personale di usare questi mattoni  -o in altre parole, è la sua attitudine verso la vita- che determina la sua relazione con il mondo esterno.”.
Detto questo proviamo a vedere, in modo sintetico e semplificato, quali sono le principali dinamiche genitoriali che favoriscono uno sviluppo armonico del figlio.
La madre ha il compito di strutturare lo spazio della sicurezza, una solida base che, grazie ad un atteggiamento sufficientemente protettivo, consenta al bambino di potersi muovere nel mondo per sperimentare situazioni nuove, sopportando l’incertezza della non conoscenza delle esperienze cui va incontro.
La madre è la prima persona con cui il bambino cerca di stabilire rapporti; è lo scopo dei suoi movimenti, è il suo primo contatto con un altro essere umano, il ponte con la sua futura vita sociale. La madre è colei che getta, o dovrebbe gettare, il seme del sentimento di comunità (in estrema sintesi per sentimento di comunità o sentimento sociale mi riferisco a una particolare istanza insita, in embrione, in ogni essere umano che ci consente di vivere in armonia nel mondo e con il mondo).
Il senso di protezione materno devo coniugarsi con la spinta ad affrontare la società la cui fonte è rappresentata da una buona riuscita della funzione paterna.
Il padre ha il compito di dimostrarsi un buon compagno con la partner, con i figli e con la società; deve, in altre parole, assolvere in modo corretto ai compiti che la vita ci richiede (amore, lavoro e relazioni sociali).
Il padre è inoltre colui che avrebbe la funzione di insegnare la fiducia e infondere il coraggio necessario ad affrontare i compiti della vita.
Altro compito primario del padre è quello di cogliere e intuire il momento della separazione del figlio dalla madre. Il suo aiuto serve ad evitare che il distacco diventi una ferita che procuri colpa e abbandono.
Il padre rompe la diade nata dalla maternità accompagnando il figlio nel mondo; lo prepara ad affrontare le nuove relazioni, lo rassicura e lo conforta sul fatto che tale strappo è stato necessario per scoprire ed affrontare serenamente il suo contesto sociale di riferimento fuori dalle mura domestiche.
Se questi processi evolutivi vengono sommariamente rispettati si struttura nel bambino, e successivamente nell’adolescente e nell’adulto, un senso di coraggio inteso come apertura all’altro, come fiducia, come espressione di un sentimento di appartenenza al mondo.
Il vero test per il coraggio è rappresentato dall’esperienza nel mondo che consente di misurare la propria efficacia di fronte ai compiti richiesti.
In una circolarità ad andamento sempre più ampio e ricco costituita dal ciclo protezione – coraggio – spinta verso il mondo – esperienza – protezione, si struttura progressivamente la capacità del bambino di affrontare la vita in modo coraggioso e a costruire il suo stile di vita in tale connotazione.
Se invece si verificano intoppi significativi in questo processo evolutivo potrebbero sorgere problemi, più o meno gravi, di adattamento che, nel corso dell’adolescenza, possono essere accentuati da eventi esterni alla famiglia facendo vivere al giovane una condizione di scoraggiamento ed accentuando in lui il suo sentimento di inferiorità.
Non mi soffermerò sulle dinamiche familiari peculiari della cultura giapponese; al lettore interessato suggerisco la lettura del testo di Carla Ricci citato in bibliografia.
Per quanto riguarda invece la situazione europea vorrei fare qualche breve considerazione su quelle che possono essere considerate dinamiche disfunzionali e a rischio nella formazione e cristallizzazione di un comportamento di ritiro sociale.
Atteggiamenti iperprotettivi della madre, e un eccessivo attaccamento, possono tradursi in un incremento del sentimento di inferiorità del figlio che rischia di sentirsi inadeguato ad affrontare i compiti sociali, soprattutto se il padre non avrà la capacità di rompere la diade simbiotica madre-figlio.
Un’immagine paterna iperidealizzata può costituire un altro elemento di rischio: il giovane per evitare il fallimento conseguente alla irraggiungibilità del padre potrebbe rifugiarsi nel suo ritiro sociale alla ricerca di un senso di sicurezza che nel mondo non sente di poter trovare.
Anche aspettative troppo elevate da parte dei genitori possono tradursi nel rischio di una chiusura protettiva; la paura di non riuscire a raggiungere gli obiettivi che gli altri si aspettano da lui, rischia di concretizzarsi in una rinuncia, alternativa assai più rassicurante della sconfitta.
Se lo scarto tra il “desiderato” e il “reale” è troppo forte meglio rinunciare.
Pretendere un assoluto successo in tutti gli ambiti del vissuto scolastico, dal rapporto con i pari, alle prestazioni sportive, al successo nelle materie di studio, può far vivere al ragazzo un senso di solitudine di fronte al suo vissuto di inadeguatezza.
La nostra società richiede performances comunicative sempre più elevate e se il genitore non è in grado di infondere coraggio nel figlio, il rischio è quello di un ritiro volontario in hikikomori.

Prevenzione

Prevenire il ritiro sociale è possibile: è necessario un continuo dialogo franco e aperto con il proprio figlio; un dialogo che non sia solo verbale ma, primariamente, emozionale.
Evitare di cadere nelle vorticose dinamiche sociali delle aspettative troppo elevate e consentire all’adolescente di fare le proprie scelte, appoggiandolo, facendo sentire la propria presenza e la propria approvazione sono atteggiamenti che favoriscono l’autostima e il sereno inserimento nel mondo.
Lasciare spazio all’autonomia senza pressioni e rispettare le scelte e le opinioni del giovane che cerca un suo posto nel mondo sono espressioni di un amore che prescinde dalla nostra personale ambizione.
Stimolare curiosità verso la vita con tatto e discrezione.
Nel caso in cui si ravvisino comportamenti inconsueti quali:
- Rifiuto di andare a scuola
- Mancanza di amici
- Isolamento
- Inversione del ritmo circadiano
- Paura di non essere accettati dal gruppo dei pari
- Utilizzo esclusivo di internet per comunicare con il mondo esterno
- Rabbia incontrollata
è importante un intervento tempestivo che potrebbe produrre esiti favorevoli in breve tempo; un efficace aiuto terapeutico, abbinato a un periodo di riposo, potrebbe risolvere la crisi.
Ciò che succede spesso in Giappone, tassativamente da evitare, è che la vergogna della famiglia, il tentativo di nascondere il fatto di avere un figlio che pratica hikikomori, il tentativo di risolvere le cose da soli per lunghi periodi senza successo, procurano nel sistema familiare un senso di fallimento, una frustrante chiusura in se stessi e un generale stato di forte tensione emotiva. Questi stati d’animo innescano un circolo vizioso che tende al peggioramento e ritarda il processo di recupero.
E’ importante, oltre a una tempestiva richiesta d’aiuto, stimolare la conversazione cominciando magari con parole banali e rispettando comunque la privacy dell’adolescente. In questi casi la parola d’ordine è gentilezza; meglio un atteggiamento di gentilezza che magari non risolve il problema ma è qualcosa che il ragazzo comunque si aspetta.
Anche se il ragazzo si rifiuta di uscire dalla sua stanza, ormai sporca e disordinata, il suo spazio non va violato e una parola detta anche ad una porta chiusa può rappresentare qualcosa di importante.
La gentilezza e la pazienza sono cure delicate che possono lentamente lenire le ferite.

Dr. Roberto Callina
Psicologo Psicoterapeuta - Milano

 
Bibliografia:

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articolo pubblicato anche sul portale Medicitalia+ (http://www.medicitalia.it/minforma/38/1802/Hikikomori-adolescenti-in-volontaria-reclusione)